...Borgo Nuovo


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Il bunker descritto in questa pagina si trovava nel quartiere di Borgo Nuovo, alle porte di Verona, tra via Gela e via Enna. Durante la Seconda Guerra Mondiale era sede della maggiore centrale radio-telefonica tedesca presente in Italia. Al suo interno lavoravano 79 centraliniste. Alla fine della Guerra le apparecchiature interne sono state asportate dalla popolazione locale per riciclarne il materiale.

Nel corso del 2006 ne fu ordinata la demolizione, per lasciare spazio alla costruzione di una palazzina. Per demolire questa enorme struttura di tondini di ferro annegati nel cemento armato ci sono voluti gli sforzi di tre/quattro demolitori per un mese di lavoro! Le foto in seguito mostrano alcune fasi della demolizione.

Sul quotidiano l'Arena del 5 marzo 2006 apparve la notizia dell'avvenuta demolizione del bunker.

 

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Riportiamo qui in seguito il testo degli articoli tratti dal quotidiano L'Arena del 5 marzo 2006, che forniscono maggiori dettagli sulla struttura e sulla fine dell'ennesima testimonianza della nostra storia.

 

Borgonuovo. Tra il 1943 e il ’45 la struttura contava 79 centraliniste, di qui passavano tutte le comunicazioni con Berlino
Cade l’ultimo bunker del Führer
Demolito l’edificio blindato che ospitò il centro telefonico dell’esercito nazista

Se avete mal di denti non sostate tra via Gela e via Enna a Borgonuovo. Nello spiazzo dell’Agec liberato dalle «case di passaggio» del dopoguerra (così transitorie che le hanno abbattute «solo» sessant’anni dopo), tre fragorosissimi demolitori sono al lavoro da 15 giorni (e ne avranno per altrettanti), per cancellare a colpi ritmati ed estenuanti coi loro stocchi di acciaio temperato da mezzo quintale l’uno, quella che era, dal 1943 al ’45, la centrale radio-telefonica più grande ed importante in Italia dell’esercito nazista: 79 solo le centraliniste.
È un sinistro bunker in cemento armato di otto locali, un rettangolo di 31 metri per 16 con muri da 60 cm, coperto da una soletta (con solettone, caldana e una calotta spartiacque) a filo del suolo dello spessore di due metri, irta di erose putrelle a doppio «T» e di ferri abbondantissimi ma non collegati come la moderna carpenteria insegna.
Il bunker viene distrutto per lasciare il posto a nuovi edifici di edilizia economico-popolare, eliminando così, d’un colpo: una testimonianza di ingegneria militare tedesca in Italia, un documento dell’occupazione nazista, un brano della storia veronese che, durante la repubblica di Salò, ha visto la nostra città capitale effettiva.
Di qui passava tutto il traffico radio-telefonico con Berlino, ogni azione dell’esercito tedesco in Italia è rimbalzata in queste mura, compresa la sera del 23 marzo 1944 dell’attentato di via Rasella, l’ordine di Hitler: «Rappresaglia!» (335 ammazzati alle Fosse Ardeatine il giorno dopo). Il Führer si darà la morte in un sito come questo il 30 aprile del 1945.
I vani sotterranei sono completamente spogli, trasudano umidità, dal soffitto pendono stalattiti di calcite, i pavimenti sono coperti da un metro di reflui fognari cristallizzati e solidificati che il Comune vi aveva convogliato. Tutto è stato depredato, domina un cemento nerastro, l’accesso da uno scivolo interrato ad est (già murato dall’Agsm) è diviso da una bocca di lupo, le stanze hanno bocche di aerazione, l’altro accesso a nord è stato eliminato dai tre mezzi della ditta di escavazione Sergio Benini, che hanno rotto due stocchi demolitori, tanto è duro il materiale da sgretolare.
Non è difficile immaginarsi all’opera le file delle 79 ausiliarie in tailleur nero (che qulacuno al villaggio «Dall’Oca» ancora ricorda) con la bustina sopra le cuffie di bachelite, il fragore delle mastodontiche telescriventi, i fruscii e i fischi delle radio, il gracchiare dei telefoni più la selva dei cavi dal soffitto, la stanza dei decrittatori dei messaggi in codice, i solerti interpreti collaborazionisti italiani, la sorveglianza armata severissima delle SS (col «bocàl» in testa, come ci dice un anziano testimone), i sottufficiali scattanti fra le varie stanze, gli ufficiali col «Gott mit uns» («Dio con noi»), sulla fibbia del cinturone, la sala impenetrabile degli uomini dagli impermeabili di pelle nera, i criminali cacciatori di ebrei della Sipo. Le case d’attorno erano state requisite: le abitavano loro.
Protetto da un materasso di quattro metri di terra, invisibile agli aerei, mai bombardato, il perno delle comunicazioni tedesche in Italia è stato efficiente fino all’ultimo, il 23 aprile del ’45, quando, distrutte le apparecchiature, tutti fuggirono.
Bartolo Fracaroli

 

Il futuro. Il piano inserito in un progetto di riqualificazione da 40 milioni di euro
Il vecchio sotterraneo del terzo Reich lascerà il posto a un palazzo dell’Agec

«Il ferro del cemento armato era al collasso, il soprintendente ai monumenti Boschi autorizzò la demolizione», spiegano nella sede dell’Agec l’ingegner Tiziano Pompele e il geometra Romano Foroni che per l’Azienda dirigono la complessa macchina urbanistica che sta riqualificando buona parte della vecchia area degradata di Borgonuovo.
E spiegano: «L’Agec con la Regione, l’Ater, l’Agsm ed alcuni privati sta qui realizzando un vastissimo intervento (il terzo nel Veneto), già finanziato dalla Regione per 10 milioni e dal Comune per 7. È prevista una spesa di oltre 40 milioni di euro che, dopo lo sgombero di 99 famiglie dalle nove case di passaggio, vedrà altrettanti nuovi edifici su quattro piani calati nel verde pubblico, una nuova pista ciclabile, la ristrutturazione della scuola materna e di quella media, la demolizione e ricostruzione del cinema teatro e delle opere parrocchiali per una totale riqualificazione del quartiere, dall’urbanizzazione all’illuminazione. Sul bunker sorgerà in parte un palazzo».
Una grande catasta di elementi portanti e di ferri d’armatura è già stata accumulata: ricorda un po’ il monumento alla Resistenza di Cuneo dello scultore Mastroianni con linee di forza, vuoti e pieni, dita ossute, lance, spade, longheroni protesi verso il cielo.
Il sotterraneo era ben noto a chi abita intorno, si sapeva che spesso qualcuno, braccato per traffici di droga, vi si era nascosto. Non c’è traccia invece dell’antenna radio, né di un supposto tunnel collegamento con la centrale idroelettrica del Chievo. Una leggenda metropolitana. Come quella che voleva il sito deposito di fiale d’eroina con la svastica che causò la morte di una mezza dozzina di drogati veronesi in una settimana.
Il fragore dei martelloni delle macchine escavatrici continua: «Mai fatto un lavoro così», dicono i ruspisti.
La Società cooperativa San Michele, su progetto dell’architetto Rocco Boccato, è impaziente di cominciare i lavori. Anche i residenti, e si capisce.
Bartolo Fracaroli

 

Dobbiamo ringraziare i sigg. Mauro Quattrina, Luciano e Davide per averci segnalato il bunker, inviato le foto e la documentazione riportate in questa pagina. Ringraziamo infine il giornale l'Arena per averne riportato gli articoli.